Bambini che cantano

Desidero condividere alcune considerazioni relative al canto nell'infanzia.

La prima considerazione riguarda la voce bianca. Il termine è di rara bellezza. L'aggettivazione bianca infatti si associa nella nostra mente a pura, pulita e, nella testa di un foniatra, a "non contraffatta". La voce bianca è quindi una voce che esplicita e difende tutte le caratteristiche della voce infantile a partire dal suo essere asessuata (cioè simile nel maschio e nella femmina), delicata (sia in senso risonanziale, cioè non gravata da un'eccessiva amplificazione armonica, che laringeo, cioè dotata di quel timbro glottico che solo una laringe bambina può avere), naturale, cioè presentante in pieno tutte le caratteristiche percettiva che la identificano come voce dell'infanzia. La voce bianca è intonata, piacevole, sublime (cioè sopra il limite) ma pur sempre voce di bambino. Il rischio per tale cantore può essere di due tipi. Il primo è rappresentato dal confrontarsi con eccessive richieste performative, cioè con orari di prova, stress psicofisico, responsabilità nella resa di palcoscenico, surmenage funzionale che solo un adulto può e deve sopportare. Il secondo con il trattenimento del cantore nel coro di voci bianche ai limiti dello sviluppo puberale, con il risultato che il giovane maschio si trova a dover conciliare una laringe che richiederebbe estensioni ridotte e più gravi con un repertorio inadatto e la giovane femmina si trova spesso schiava, perché elemento trainante del gruppo, di un superlavoro che una laringe in muta non può sopportare. Se ben guidata, se le richieste performative sono ragionevoli, se i primi segni della muta sono riconosciuti, la voce bianca non implica rischi.


Una riflessione ben più articolata merita la tendenza contemporanea televisiva a creare un "prodotto vocale" il cui soggetto sia un bambino. Un primo commento nasce dalla intollerabilità che provo come madre alla vista di tali spettacoli. I bambini sono spesso snaturati delle loro caratteristiche infantili (mimica, atteggiamento corporeo, gestualità) e indotti a una mimesi del comportamento adulto attuato abitualmente in palcoscenico. Il repertorio è quello proprio di cantanti professionisti noti, classico o moderno, e come tale viene imitato con una riduzione del bambino stesso a fenomeno che lo umilia come persona e con un certo rischio organico del quale ho parlato altrove. Una seconda considerazione nasce dalla mia esperienza artistica ed esula dal mondo dell'infanzia. L'arte è vocazionale ed esprime l'essenza più riposta di noi. L'arte salva la vita, la rende cioè accettabile in momenti in cui, se non fossimo anche artisti, non troveremmo vie d'uscita. Ma soprattutto l'arte non è imitativa. Può piacere, può non piacere, ma non è mai imitazione di altri. Essa è essenza del pensiero e della storia del singolo fatta danza, canto, pittura, scrittura. La probabilità che da un personaggio televisivo possa nascere un artista è remotissima. La costruzione stessa del soggetto come "prodotto", all'interno di un mercato, ne castra alla nascita l'originalità.


Ora vengo a dati più clinici. Cerco di essere schematica.

  • Il legamento vocale, vero e proprio sistema di ammortizzazione dei traumi contusivi cordali (come i colpi di glottide, la voce gridata, pressata, urlata, la tosse, ecc.), è rudimentale a 4 anni, si fa visibile intorno alla seconda infanzia ma assume la propria piena morfologia (e con essa lo specifico funzionale) solo durante la pubertà. Per questa ragione la laringe bambina "non sa difendersi" da un uso potenzialmente pericoloso e non rispettoso della naturalità della emissione.
  • Il muscolo tiroaritenoideo, adduttore delle corde vocali, aumenta le proprie fibre e si fortifica anch'esso in età puberale. Per questa ragione il carico di lavoro vocale che possiamo imporre a un bambino è limitato. Da ciò deriva il rischio che il giovane cantore corre per soddisfare le esigenze performative (in senso di tempo dedicato allo studio, durata della prova, successione delle repliche).
  • La sottomucosa delle corde vocali per tutta l'infanzia ha una significativa tendenza edemigena, cioè si gonfia. E questo accade non solo in risposta ad agenti infettivi, ma in risposta al surmenage, sia inteso in senso temporale che in senso meccanico. Da qui la risposta infiammatoria con "laringe pesante" alle ipercinesie adduttorie e il caratteristico aspetto dei noduli infantili, molli e a largo impianto, dei bambini che si sottopongono a modalità di canto forzate.

Cosa fare allora? Preferisco rispondere a titolo personale. Canterei al mio bambino dalla nascita, educandolo all'ascolto. Giocherei con filastrocche ritmate, accompagnate dal gesto e dal movimento, per educarlo allo scambio comunicativo e alla condivisione. Favorirei il canto in situazioni comunitarie a partire dall'età dell'asilo (a tre anni inizia a essere efficiente la coordinazione pneumofonica). Non esigerei nulla, neppure l'intonazione, sino almeno ai 5 anni (età nella quale il controllo dell'assetto glottico diviene più agevole). Utilizzerei il canto come introduzione al mondo della voce, meraviglioso e poetico, e come momento di socializzazione. Presterei molta attenzione alla durata della frase cantata (il volume polmonare dei bimbi è ridotto e il ricorso alla voce inspiratoria per soddisfare la partitura è pericoloso).Non farei richieste performative. Unirei il canto alla danza (per educare al ritmo). Dalla seconda infanzia inizierei a educare alla vocalità, oltre che al canto, in senso comunicativo ed espressivo (coltivo un sogno: far conoscere e amare ai bambini la poesia attraverso il suono delle parole scritte). Educherei alla buona voce e al rispetto dell'organo vocale, per prima cosa fornendo un buon esempio di voce espressiva ed efficace (comprendo gli insegnanti ma non condivido il loro metodo di tenuta della classe spesso unicamente centrato sul conflitto vocale).

Ciò che faccio in senso clinico è presto detto. Non vieto mai ai bambini che presentano noduli o altre forme di disfonia funzionale l'uso della voce cantata, purché in situazione protetta, limitata, non performativa e sotto la guida di un maestro. Identifico piuttosto con i genitori le vere occasioni di abuso vocale (ludiche, sportive, domestiche) e su quelle cerco di intervenire. Affido alla famiglia l'educazione comunicativa e vocale in casa, al logopedista la terapia e il counselling mirato e spiego che l'ora di didattica settimanale può essere il solo modo per far apprezzare ai bambini il vantaggio di avere una voce sana e il contenitore più sicuro del loro desiderio di esprimersi cantando. Sono spesso i maestri di canto a rilevare un problema che la famiglia e la scuola misconoscono e a loro sono grata.

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Commento da Silvia Magnani Foniatra Milano su 29 Aprile 2014 a 8:22

In questo spazio possiamo discutere le problematiche relative all'educazione alla voce cantata e alla sua pratica nel bambino

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